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"7 GIORNI A TORONTO"
Un mini racconto, frammentato in varie parti, assolutamente fantastico e non realmente accaduto

Durante le riprese di Cinderella man, all'incirca a giugno di 2 anni fa, ho iniziato a scrivere un racconto: "7 giorni a Toronto", in cui narro le vicende di una ragazza, Sara D. che, "innamoratissima" di un attore R. (per licenza poetica, nel racconto questo attore è assolutamente single), decide di andare a Toronto, dove lui sta girando un film sul pugilato, ed assitere alle riprese...

Dopo circa due anni, prendo il coraggio di pubblicare alcune parti del racconto, così per come le ho scritte (alcune non finite).

Al livello letterario non considero buono questo racconto, a volte addirittura lo sento melenso, a volte semplicistico ed ingenuo. Più che altro lo considero solo come una timida prova di scrittura, ma che credo possa piacere in alcune sue parti, o quantomeno possa dare l'idea di cosa questo "personaggio" abbia potuto ispirare ad alcune di noi... E tanto tempo prima del periodo dei nuovi concerti e, quindi, della possibilità di andare a vedere "l'idolo" da vicino...

A prescindere dall'ingenuità del racconto, alcune sue parti, una su tutte IV° Giorno - pomeriggio sera - rispecchia assolutamente l'atmosfera e la gamma di emozioni che ho provato nel vedere Russell per la primissima volta a Le Thor al sound check

La cosa simpatica è che a distanza di tempo, sia a Le Thor che in Australia, mi è capitato di parlare con alcuni statunitensi che si trovavano in entrambe i posti per il mio medesimo motivo (assistere ai concerti di Russell), i quali mi hanno detto di essere andati veramente a Toronto apposta per vedere di riuscire ad assistere ad alcune delle riprese... e mi hanno mostrato anche alcune foto che hanno scattato durante riprese in esterni...

Non è un racconto completo e molte parti non sono finite...

Buona lettura...

 

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PROLOGO

Ecco… la follia di questo progetto sta prendendo forma, ma sì …forse…forse ci riuscirò…
Ho radunato tutti i miei soldi, fatto la valigia di fretta , ma non ho dimenticato niente, questo viaggio l’ho progettato nella mia mente per troppo tempo…lo so sono pazza, chiunque al quale io abbia fatto menzione del mio progetto, me lo ha detto e ripetuto… ”ma come ti viene in mente?” “solo tu puoi fare queste cose” “sei fuori” fuori come un citofono, fuori come un balcone, come il pennone di una nave, come una vela spiegata verso l’orizzonte incerto e fatuo dei miei sogni… “io lo devo conoscere…” “Lo devo vedere”

Una controllatina ad internet, per vedere un’offerta vantaggiosa… “ecco sì…questa può andare” Roma-Toronto, andata e ritorno…una settimana, sì si può fare…
Quante notti insonni a scaricare immagini, foto su foto e quanti sogni nel silenzio della notte si insidiavano nella mia anima, tutta la notte tutta la notte, tu che mi parlavi, tu che mi portavi via da tutto e da tutti e la tua voce a guidarmi nel buio…
Salgo sull’aereo e dormo di un sonno profondo fino quasi all’arrivo, scendo- taxi- hotel, computer alla mano, foto stampate di Toronto, devo capire dove sta, dove stanno girando… eccomi agli studios…

Lunga fila, lunga anticamera, faccio di tutto per parlare con Mark tuo fedele assistente, ma niente da fare, oggi è a letto con l’influenza, che sfiga… va beh ho attraversato mezzo mondo e non mi fermerò… andiamo al cuore del problema, un’ occhiatina ad uno specchio di passaggio…”madonna che disastro...lo credo dopo un viaggio estenuante... sii te stessa... ” “Mr. R. H.(il regista), please”

“Do you have an appointment? Your name please”
“My name is Sara D., I don’t have an appointment with Mr. R.H., but I travelled from Rome-Italy expressly to talk to him”
“I’m sorry, but he’s filming now, and nobody can bother him... If you want to wait...”   aspetterò, passano 2 ore, tre, tre e mezza... finalmente eccolo arrivare.
La segretaria un po’ seccata dalla mia presenza gli si avvicina e gli sussurra qualcosa all’orecchio ridacchiando,lui si fa scuro in volto, poi mi guarda e continua a camminare, quasi ignorandomi, apre la porta di un ufficio, la chiude alle proprie spalle “ce la devo fare lo so che ce la farò…” non desisto e attendo, mentre la segretaria continua a guardarmi con un sorrisetto ironico niente male, come a dire… “non ce la fai”
Si apre la porta dell’ufficio, ne esce R.H., mi viene incontro con un gran sorriso, scusandosi per avermi fatta attendere tanto, mi chiede se parlo la sua lingua, alla mia risposta affermativa il suo viso si fa ancora più disteso…
Mi dice di essere molto incuriosito da questa mia strana presenza lì agli studios
Dopo avergli fatto innumerevoli complimenti sentiti per i suoi successi cinematografici, per la splendida carriera, e per il poeta-regista che è, mi accingo a spiegargli la ragione della mia strana presenza agli studios
“sono qui per una ragione ben precisa… sarò qui a Toronto per una settimana e vorrei assistere alle riprese del film se è possibile, non ho macchina fotografica, né registratore, o tanto meno telecamera, non vengo da parte di nessun giornale, non sono una spia né una terrorista, fumo come una ciminiera, non bevo e sono una persona molto educata, posso essere per una settimana il vs fantasma silente che assiste alle riprese?, Mi basta”
Sulle prime R.H. non mi risponde, mi guarda un po’ allibito per la tanta sincerità del mio discorso, fa un paio di telefonate, digita un qualcosa al computer e mi offre del tea, bevo come se stessi bevendo una coppa di champagne, mi sento calma…”ce la posso fare”

…si apre una porta alle mie spalle…sento una voce maschile dire “I’m going home, mate ” è la sua, la riconosco, la riconoscerei anche se fossi sorda, troppe volte l’ho sentita... è la sua...
R.H. mi guarda e guarda dietro di me, continua questo giochetto per una serie interminabile di secondi “Hey mate, may I present miss…” ed io “ SAra D., please to meet you” dico voltandomi delicatamente”
R.H. “ Sara is from Rome-Italy, and she expressely came from Italy to join us, to axist our filming for a week, if you don’t mind... to meet you” quegli occhietti piccoli e acuti sotto una testa rossa anche un po’ calva, sembrano brillare di orgoglio, ha capito in poche parole, che non sono lì per dare fastidio o solo per vedere Lui, sa, sono riuscita a comunicargli in pochi istanti tutto il mio amore per la settima arte, per il suo lavoro, non solo per Lui….
Pochi secondi e Lui mi guarda compiaciuto e mi fa un largo sorriso porgendomi la mano, gliela stringo e sento che ha una presa decisa, asciutta, calda e affettuosa, poi mi tira a se e mi stampa un baciotto sulla guancia…”How’s Rome?” “beautiful as usual”
“Tell me, why have you done such a long jurney?” “to see you, to meet you, to watch you performin’...live...Mr.C.” “My name is R.” Sorrido divertita “really? My name is...” “Sara I Know” stupita del fatto che abbia già memorizzato il mio nome anche un po’ imbarazzata, abbasso gli occhi, li rialzo e incontro i suoi... “woud you mind if I stay with You,I mean, the troupe for a week? Then I’m going home...happy”...

 

 

IV° GIORNO
Tardo pomeriggio-sera:

Sono da poco finite le riprese. Saluto tutti con il solito cenno della mano, oramai sembra si siano abituati alla mia presenza silente anzi, prima di cominciare, vedo Ron scrutare nell’ombra per vedere se occupo il posto da lui assegnatomi il primo giorno, quasi il mio essere lì fosse diventato una sorta di rito… 

Mi accingo a tornare al mio albergo, senza farmene accorgere, lancio un  ultimo sguardo a R., ormai per me questo è il rituale del tardo pomeriggio prima di andarmene dal set… e mi avvio per il lungo corridoio che porta dalla palestra alle scale e poi sulla strada “A domani … e ancora per tre giorni” penso sospirando, mi metto gli occhiali da sole, fuori è ancora giorno pieno, comincio a respirare a pieni polmoni assaporando la brezza del pomeriggio inoltrato, dopo tante ore passate in quella palestra puzzolente di sudore e infuocata dalle luci.


Apro la porta, scendo il primo gradino verso al strada, ma prima che la porta si chiuda alle mie spalle sento una voce in lontananza chiamarmi, mi volto di scatto e lo vedo avvicinarsi a me con passo spedito: “aspetta, sto rincasando anch’io, ti va di fare due passi, facciamo la strada insieme?” imbarazzata mi fermo, le mie narici indugiano ancora un poco nell’assaporare finalmente un po’ d’aria ‘pulita’ “sì, ma basta che usciamo da questo posto stinky (puzzolente)” “infatti, qui vicino c’è il parco, si allunga un po’ per andare in albergo, ma ti va di passarci?”


Mi prende sotto braccio come un vecchio amico e ci avviamo verso il parco, il cuore mi sale in gola - è la prima volta, dopo la stretta di mano iniziale, che c’è un qualsivoglia contatto fisico e non credevo mi facesse quest’effetto, tanto il cuore mi martella nella cavità toracica che, istintivamente, mi chiudo la felpa per paura che se ne accorga. Quasi non ho il tempo di riflettere per l’emozione, ma d’improvviso ritrovo un’altra me che mi osserva dall’altra parte della strada e mi dice: cosa ti sta succedendo, quest’uomo prima ti piaceva nel sogno, lo andavi cercando nei volti dei mille clienti che vedevi passare ogni giorno in albergo, persino nelle nuche di alcuni di loro “oh sì, la sua attaccatura di capelli”, ma era un diversivo, un chiodo schiaccia chiodo mentale, tanto per tenere il cuore caldo dopo l’ennesima cocente delusione… ora sei qui e cominci a conoscerlo e… ti piace, ti piace il suo odore, la sua stretta decisa… mah attenta…” Camminiamo in silenzio per circa cinque minuti, a passo svelto, come se l’imbarazzo di entrambe ci spingesse verso una meta da raggiungere di corsa, ad un certo punto, al limite del fiatone, ci fermiamo, ci guardiamo e ci mettiamo a ridere, R. scuote la testa, prendiamo un passo normale, ma sempre spedito, camminare insieme è molto facile, il ritmo sembra essere lo stesso, è una sensazione piacevole, molto piacevole.


Eccoci ad attraversare il parco, la brezza del crepuscolo comincia a farsi sentire, ed io istintivamente mi stringo al suo braccio per il freddo, dopo poco mi rendo conto e mi distanzio un po’, lui si ferma, mi prende la mano e me la arrotola di nuovo intorno al suo avambraccio, ancora silenzio, un paio di corridori ci affiancano e passano oltre ridendo, un uomo e una donna entrambe in calzoncini e scarpe da jogging, sembrano sereni nel percorrere quel tratto di strada insieme, io mi sento felice… per la prima volta nella mia vita, non ho bisogno di parlare parlare parlare, riempire quegli spazi di silenzio che mi hanno fatto sempre paura e che invece adesso per me sono carichi di significato.

R. si ferma e mi dice, “c’è una fontanella poco più giù, hai sete?” Annuisco in silenzio… “Non parli molto tu vero?”, sorrido divertita, sapesse la chiacchierona che sono, vorrei dirgli che non sto parlando per non sciupare tutto, per assaporare fino all’ultimo attimo questi momenti e fissarli nella memoria come immagini non inquinate da parole… ma poi lo guardo intenerita e mi dirigo verso la fontanella, bevo, l’acqua è abbastanza buona e mi ricordo dell’acqua delle fontanelle di Roma, della mia Roma, che mio padre da bambina mi portava ad assaggiare nel dolci pomeriggi primaverili. “sai la mia città è piena di fontanelle come questa, disseminate per il perimetro del centro da molti papi, ce n’è una in particolare a via Lata, una traversa del Corso, che ha l’acqua marcia” R. mi guarda stupito: “Marcia?” “sì, non so perché si chiami così, ha un sapore unico, fresca quando ti va giù ti titilla l’ugola che è un piacere, non è marcia si chiama solo così, mi piacerebbe tu l’assaggiassi” “Ami la tua città…si avverte da come ne parli” – che strano termine che ha usato, ‘si avverte’, lo stesso che uso di solito io per descrivere questo tipo di emozioni, secondo la psicologia… anche lui è un viscerale-
“sono stato a Roma svariate volte, soprattutto per il GL. Ma non mi hanno mai portato a bere alle fontanelle” asserisce ridacchiando “Lo immagino, ti avrebbero assalito i fans, se un giorno tornerai a Roma, ti ci porterò io e sentirai che è la migliore acqua che tu abbia mai potuto bere, è un’acqua carica di storia, un’acqua che ti racconta storie di papi e di intrighi e di popolo… poi per me è una cosa speciale, legata al ricordo di mio padre, che mi ci portava da bambina…”
R. mi guarda con tenerezza “Mi piacerebbe provarla” si china a  bere, bevo di nuovo anch’io, sono particolarmente assetata e mentre mi alzo lo colgo ad osservarmi con un’espressione strana, la testa lievemente piegata sulla sinistra, gli occhiali da sole abbassati sul naso e quegli occhi di solito verdi-azzurri, con le striature di tigre, con la luce del crepuscolo si vanno facendo rossi, come se il tramonto vi si riflettesse dentro e ne rimandasse un’immagine calda, accogliente… Continuiamo ad attraversare il parco, verso l’albergo in silenzio, dopo un po’ “hai perso tuo padre da molto vero?” stupita dal fatto che abbia capito così tante cose dal mio piccolo accenno alla ‘fontanella’, mi fermo un attimo pensierosa, gli occhi mi si velano, abbasso lo sguardo “Sì, avevo diciassette anni, è passato tanto tempo” “lo amavi molto eh?” “era il mio eroe, il mio antagonista intellettuale, era tanto per me, me ne accorgo solo ora dopo tutti questi anni..”

Mi stringe il braccio più forte come a infondermi coraggio, - vorrei che questo parco fosse lungo mille chilometri - penso sospirando – con quest’uomo accanto mi sento serena e non ho paura… parco trasformati in una foresta incantata, senza confini - il rombare di un motore mi porta alla realtà, siamo di nuovo sulla strada, l’albergo è a pochi metri da noi, mi stacco automaticamente da lui, per evitare giornalisti indiscreti, mi sorride, saliamo le scale dell’hotel, nell’atrio c’è Mark ad attenderci con un sorrisetto ironico stampato sul volto, fatto da un altro mi sarei sentita offesa, ma in questi pochi giorni ho imparato a conoscere Mark e so che lui non ha malizia, un difetto del quale è assolutamente privo, forse per questo è il migliore amico di R., si circonda solo di gente vera, questo penso giovi al suo lavoro, alla sua vita in generale…

Mark mi sorride e accenna un saluto con la testa al quale io rispondo con un “Hello”
“hi mate” gli dice R.,  Mark ci viene incontro e gli sussurra qualcosa all’orecchio, R. di rimando gli dice qualcosa in fretta che non capisco, si gira, mi guarda pensieroso, si rivolta verso Mark e dice  “Ok?” Mark sembra annuire divertito
“see ya, Sabry” “good night, R. See you tomorrow”
faccio per avviarmi all’ascensore e lo sento dirmi: ”grazie della passeggiata e… dell’acqua” Mi volto e gli sorrido dicendo “de nada”.

Sono nella mia stanza, indugio un attimo ancora con la luce spenta, come per fissare le ultime immagini del pomeriggio e le emozioni che mi hanno provocato, ho quasi timore di accenderla, come se così facendo tutto potesse scomparire; il motivo dominante di questi giorni è lo stupore, stupore di trovarmi qui e di vivere questa “avventura emotiva” così fuori dal comune, così tanto sognata, spesso mi ritrovo a darmi pizzicotti per sincerarmi di essere davvero qui, di essere sveglia e non in un lungo sogno.


Esco dalla doccia e mi accingo a mettermi al portatile per fissare le emozioni del giorno, quando squilla il telefono, inciampo in una scarpa da ginnastica, impreco per il dolore al piede destro, faccio un passo ancora,  inciampo di nuovo nell’altra, e imprecando rispondo al telefono, convinta che sia mia madre dall’Italia “pronto?”
“Sara is it you?” “oh yeah, I’ve just fallen down, don’t worry Mark, tell me” “are you ok?” “shure I am... un po’ ammaccata, ma sto bene, dimmi” “Stasera si va a cena fuori con tutta la troupe e R. avrebbe piacere di averti con noi, se non sei troppo stanca” una lunga pausa di silenzio “Sabry ci sei?”  “oh sì, ehm ringrazia R. da parte mia, va bene ci sarò” “ok, una macchina ti verrà a prendere verso le otto, se per te va bene, o è troppo presto?” “va bene alle otto, Mark, grazie a dopo”

Come inebetita attacco il ricevitore, resto seduta sul letto senza muovere un muscolo per alcuni secondi, alzo la testa ed incontro il mio sguardo nello specchio davanti al letto, sorrido faccio delle smorfie e lancio un urlo di gioia così forte, da far quasi tremare i vetri, poi comincio a saltellare per la stanza estasiata, come una erinni intorno al fuoco, accenno un giro di valzer con il cuscino e grido “sìììì!!!!”  corro allo specchio ad osservarmi da vicino, come ad assicurarmi che tutto sia in ordine, “ho un aspetto mostruoso, mi devo preparare e…” un’occhiata alla sveglia sul comodino “cristo, sono già le sette, ho solo un’ora…” “oddio che mi metto…” apro l’armadio e osservo frenetica gli abiti che mi sono portata, certo per così pochi giorni, non ho certamente con me tutto il guardaroba, un paio di vestiti da sera ci sono, ma non so che cena sia, informale, elegante “ah dovevo chiedere a Mark” Corro al telefono, nel frattempo prendo a calci le scarpe da ginnastica, “mi dia la stanza del sig. Mark… …, per favore” Primo squillo, secondo, terzo, la tensione sale “e rispondi” “hallo” “oh Mark, ehm, sorry, ehm” “Sabrina?” “oh yes, it’s me” “sorry Mark” mi interrompe quasi sapesse già cosa gli volessi chiedere, “scusami tu, mi sono dimenticato di dirti che è una cena totalmente informale, jeans e maglietta va benissimo, è in un pub che R. ha inaugurato un po’ di tempo fa, anche sede di un’associazione umanitaria per bambini disabili” “oh” esclamo “che bella cosa” “eh già” risponde “il nostro è un gladiatore dal cuore tenero” indugio ancora un attimo, riflettendo poi sussurro un “Ok grazie a dopo”


Vado all’armadio aperto, prendo i miei miss sixty preferiti, quelli di jeans stampato, il mio lupetto bianco e nero, gli stivali rossi a ta tacco basso…

 

IV° GIORNO
Sera
al pub

 

Otto meno cinque:
Un’ultima occhiata allo specchio, chiudo la porta della stanza e mi avvio all’ascensore, faccio pochi passi e mi accorgo di non aver preso la borsa, torno indietro, sotto gli occhi stupiti del bell boy, riapro quasi imprecando, prendo la borsa esco e mi incammino di nuovo verso l’ascensore “ahhhh non ho chiuso a chiave, che testa” dico in italiano suscitando l’ilarità del bell boy che ridacchia sommesso.

Scendo nella hall, un’occhiata all’orologio le otto meno tre, faccio per avviarmi verso l’uscita ma sento la voce di Mark provenire dal bar al mio indirizzo: ”Sara…” Mi volto e lo vedo venirmi incontro con un largo sorriso, mi squadra dalla testa ai piedi, più con lo sguardo di un fratello maggiore che di un ‘uomo’ “Sei nolto carina, a R. piacerai molto” Gli rispondo con uno sguardo un po’ interdetto tra il compiaciuto e lo stupito, mi prende sotto braccio e ci avviamo verso l’uscita dell’hotel, fuori ci aspetta la macchina per andare al pub.

Mark mi apre lo sportello, salgo e mi sistemo sul sedile posteriore sinistro, lui sul destro, si chiude il pesante sportello e partiamo… costeggiamo il parco, apro il finestrino per assaporarne i profumi, anche con le luci della sera sembra avere un che di magico, Mark mi guarda e sorride benevolo, come se sapesse della nostra passeggiata nel parco, quasi infastidita dal suo sguardo compiaciuto gli dico “perché mi guardi così?” Non mi risponde subito, continua a fissarmi, fa una smorfia buffa, poi mi risponde “Anche quando si crede che R. sia solo, ci sono sempre le sue guardie del corpo che lo proteggono a distanza ed io con loro, non avertene, non è un’intrusione è per proteggere lui e chi sta con lui” “capisco, oggi pomeriggio non me ne sono accorta” “certo, è su sua richiesta specifica, dargli uno spazio d’azione in cui lui stesso quasi non se ne accorga, in modo da fargli vivere una vita all’apparenza normale…”

“capisco, immagino abbiate anche preso informazioni su di me, come è giusto che sia, in fin dei conti potevo essere una mitomane alla ricerca di pubblicità, o semplicemente una povera pazza pericolosa…”
“infatti, ma abbiamo visto chi sei e poi, se mi permetti, anche senza prendere informazioni, si vede che sei una ragazza a posto, comunque fa parte del mio lavoro rendere la vita il più possibile semplice a R., quindi ti prego non avertene…”
“assolutamente” gli rispondo, ma il mio nervoso giocherellare con il manico della borsetta, tradisce un certo fastidio… sinceramente gli confesso di non essere abituata a questo genere di cose, ad essere passata al setaccio come al check-in di un aeroporto
“Lo credo” mi risponde sinceramente imbarazzato “se starai con R. però bisogna che tu ti ci abitui”
-stare con R.?- penso molto stupita – ma questi che si sono messi in testa?-
“che cosa intendi dire Mark? Guarda che io…”
“aspetta, aspetta, non fraintendermi, dai tempo al tempo e capirai” “capire cosa?” gli chiedo in tono perentorio “capire che io sono qui per solo sette giorni per assistere educatamente alle riprese, che ho fatto un lungo viaggio appositamente per questo” mi interrompe dolcemente “però non mi dire che hai fatto questo lungo viaggio solo per assistere alle riprese, penso anche per conoscerlo… no?”
“certamente, non lo nego, non l’ho mai negato, anzi è stata una delle prime cose che ho detto al regista,
ma questo non significa automaticamente che io sia qui venuta per immolarmi sull’ara del grande R. , solo perché è il grande R.C., in tutta sincerità al livello umano, come essere umano, non credo affatto di valere meno del tuo amico” “calmati calmati, nessuno ha mai detto questo”
“scusa, mi piace mettere le cose in chiaro, anzi te lo dico sinceramente, questa storia dell’invito di lui fatto da te non è che mi sia proprio andata giù, ma all’inizio l’ho presa solo come semplice precauzione, per evitare, che in albergo si potesse intercettare una benché minima telefonata effettuata dal telefono di R. alla stanza della ‘signorina Italiana di Roma’ così mi chiamano all’hotel, ma ora che mi vieni a fare questi discorsi strani, sei bellissima, a R. piacerai di certo, se starai con lui ti dovrai abituare a questo genere di cose… scusa ma… potete essere più chiari, per favore? E poi qualcuno ha chiesto se a me tutto questo clima da kgb mi stia bene?”
A questo punto credo i miei occhi siano diventati di brace e li sto piantando in quelli di Mark con molta forza e fermezza…
“che caratterino, continuo a dire che a R. questo piacerà molto…anzi ancora di più” mi risponde divertito, ma sempre con uno sguardo dolce, quasi inoffensivo, il che quasi mi fa andare su tutte le furie, ma la macchina si ferma e la voce dell’autista che nel frattempo era stato tutto il tempo in silenzio, dietro al suo vetro divisorio, dice. “siamo arrivati Mr. Mark”
“grazie Joffrey” risponde lui dall’interfono.
Quasi, quasi non voglio scendere, tanto è il disagio che provo, mi sento una non più vergine ‘vergine’ vestale pronta al sacrificio.
Mark scende, fa il giro della vettura, mi apre lo sportello e mi da la mano per aiutarmi ascendere.
Gli do un’occhiata mista ad una smorfia, scuoto la testa, mi lascio prendere la mano dalla sua e scendo, ci avviamo verso l’entrata del pub, quasi sulla soglia, mi sussurra all’orecchio “Stai calma, non fraintendere, ricorda queste mie parole…non c’è niente di male in tutto questo”…

Queste sue parole hanno un effetto tranquillante su di me, quasi varcando la soglia, realizzo in un attimo che quel mondo, il loro, dal punto di vista dei rapporti umani, non è semplice quanto il mio, e poi soprattutto il mio personale modo di essere nel mondo è  già fin troppo schietto e sincero rispetto alla norma; mi volto di scatto con un sorriso quasi beffardo, piego la testa da un lato e gli sussurro di rimando “tappa di esame passata eh?” Mark accenna un sorriso, mi fa l’occhietto, scuote il capo sospirando…”prego signorina Italiana di Roma” mi passa avanti per farmi strada nel locale ed entra con una fragorosa risata quasi liberatoria.

Il proprietario lo accoglie ossequioso, Mark mi presenta, rimanendo molto sulle generali, parlano un po’ dell’organizzazione della serata, nel frattempo vedo in fondo al locale un pianoforte con sopra una tastiera, una chitarra appoggiata al muro, come fosse stata lasciata lì di corsa e un bellissimo basso Fender jazz nero sul cavalletto, microfoni, casse, incuriosita mi avvicino, osservo il tutto con molta attenzione, mi guardo intorno e vedo un locale ben allestito, tutto  noce, con un lungo bancone a elle quasi al centro, panche e tavoli anch’essi in legno scuro, quadri raffiguranti vecchie case irlandesi e stemmi Guinness disseminati qua e la – carino, accogliente, caldo- penso tra me e me.

Quasi vicino al palco, una lunga tavolata rettangolare, apparecchiata in modo rustico ma con molta cura, con tanto di segnaposti, tovaglia a quadretti rossi e bianchi in perfetto stile irish, e tanti porta pane pieni di muffins.

Da una porta al lato opposto della tavola esce Ron in jeans e camicia a quadrettoni blu e bianchi, - un bel pant dant con la tavola- penso, con i suoi occhietti piccoli e simpatici mi viene incontro quasi saltellando, - sembra uno gnomo burlone- penso divertita –quant’è buffo con quella testina rossa mezza calva-

“ehi” mi dice masticando l’inseparabile chewing gum  – se la leverà almeno per mangiare- penso, dato che dal giorno che l’ho incontrato non l’ho mai visto senza, al punto da indurmi a pensare che mastichi sempre la stessa da almeno vent’anni
“Hi” gli rispondo divertita
“anche tu qui? Mi fa molto piacere, stiamo aspettando il nostro anfitrione” Mi guardo intorno come a fargli capire che ancora siamo in pochi.
“gli altri sono nella sala attigua, stanno preparando una sorpresa per  R.”
“una sorpresa?” chiedo incuriosita, “si può sapere o deve essere un segreto?”
“vai, vai pure a vedere, io intanto saluto Mark”, passandomi a fianco, mi guarda compiaciuto “però, che bella fanciulla” –solo uno gnomo come lui poteva usare un’espressione simile- penso seriamente divertita

Entro nell’altra sala, più o meno simile alla principale e trovo parte della troupe accalcata in cerchio intorno a qualcosa che non riesco a vedere, sembrano quasi dei carbonari, intenti a cospirare, risolini e sghignazzi si levano tra loro, battute dette talmente in fretta e in slang che non riesco a capire, quando si accorgono di non essere soli, si volgono tutti insieme, con le mani dietro la schiena, ritti come fuselli, le facce ancora rosse per le risate, sembrano bambini intenti a nascondere un tesoro nella casa sull’albero, come a frapporre un muro tra il malcapitato entrante, convinti fosse R. e la ‘cosa’ nascosta alle proprie spalle, si stagliano impietriti davanti ad essa e…

“ah sei tu, puff” dice il primo cameraman George, tra il sorpreso ed il tranquillizzato, “vieni vieni a vedere che abbiamo combinato”
“posso?” dico avvicinandomi a passo lento “certo, mi risponde la truccatrice Alice

La piccola folla si apre come al passaggio di Mosè nel mar rosso ed in fondo vedo una torta millefoglie con sopra una guarnizione di lamponi a forma di  guantoni da pugile in uno dei quali è stata infilata una sigaretta gigante penso di cioccolata e zabaione, con su sopra scritto “smoke me now!!!”

Scoppio a ridere –allora era vero- penso tra me e me –quello che ho letto su un internet circa il fatto che R. detto anche ‘ciminiera’ non riesce a stare più di tanto senza fumare e l’assistente di scena è costretto a fargli dare qualche tiro di sigaretta, mentre sta girando le scene sul ring-
“simpaticissima idea” rispondo divertita.

Nel frattempo entrano Mark e Ron di corsa dicendo “è arrivato è arrivato” “nascondete tutto, via, questa in frigo” Mark dice all’indirizzo di un cameriere.

Tutti si accalcano verso la porta che divide le due sale, ma essendo una porta a molla, stile saloon parecchi di loro si sbattono un’anta addosso l’uno contro latro passando e ridendo, come bambini all’oratorio che corrono verso la sala dei rinfreschi.
Attendo la fine di questi giochetti, che in verità mi divertono molto, ma ai quali non partecipo, perché non mi sento ancora così in confidenza da poterlo fare, guardo Mark, anche lui rimasto al fondo della sala, che scambia con me un’occhiata d’intesa, mi cede il passo e ci avviamo verso la sala.
Il cuore mi batte un po’ perché so che al di la di quella porta tanto divertente c’è lo stesso uomo con il quale poche ore fa ho passeggiato nel parco, e che mi ha fatto saltellare l’anima…
Indugio un attimo prima di entrare poi mi faccio forza, trattenendo un sospiro a stento varco la soglia della sala, Mark proprio dietro di me, non so perché ma non lo sento come una presenza ingombrante, è come se fosse una specie di mamma orsa, a proteggere R. e tutto ciò che gli gravita intorno; il fatto di sentirmi quasi un ‘corpo gravitazionale’ non mi mette a disagio, a dispetto di tutte le mie paure di non essere considerata un essere umano, in questa situazione mi sento… sicura… protetta –è piacevole- penso alzando lo sguardo.
R. è al centro del locale appoggiato al bancone con una gran bicchiere di guinness nella mano destra, nella sinistra l’inseparabile sigaretta, che sbatte a piccoli colpi su un grande posacenere nero, vicino Ron che mastica instancabilmente la sua gomma. Mi viene da ridere e penso che veramente quei due siano fatti l’uno per l’altro dal punto di vista professionale, ‘gnomo ciancicotto’ e ‘ciminiera’, che accoppiata vincente…

R. sorseggia la birra, quasi alla fine mi vede, rimane un attimo fermo con il bicchiere sospeso a mezz’aria, i suoi profondi occhi ora sono quasi color avion con sfumature carta da zucchero per l’effetto delle luci soffuse, incontrano i miei e sembrano ridere insieme a tutta la sua persona, quasi gli fosse entrato dentro uno strano folletto che gli avesse dato una piccola scarica elettrica per tutto il corpo, che prima lo avesse immobilizzato un attimo poi lo avesse fatto muovere tutto in un sorriso.

Mi fa un largo sorriso ma un cenno di saluto contenuto con la testa.
-è strano- penso – è come se si stesse facendo strada una sorta di complicità silente tra di noi- poi la mia parte pessimista ed insicura prende il sopravvento – ma cosa vai a pensare… ahhh-
Ron, che nel frattempo si era spostato, tintinna su un bicchiere a capotavola per richiamare la nostra attenzione “dai ragazzi venite a tavola”

Ci avviciniamo tutti, ognuno a cercare il proprio posto, di soppiatto osservo R. e Mark darsi una occhiata complice e farsi come un segno convenzionale, scosto la sedia di fronte al mio segnaposto, verso il centro della tavola, quando arriva Mark, che molto semplicemente, ma con fare autorevole e fermo prende il mio segnaposto dicendo “no Sabry c’è stato un errore, il tuo posto è lì”, indicando un posto verso la fine della tavola.

“grazie Mark” gli rispondo senza fare una benché minima espressioni di disappunto od approvazione, ormai mi fido
Vado per sedermi, mi passa R. a fianco che mi sussurra all’orecchio “Sei bellissima stasera, non so se te ne sei accorta ma il fiato mi si è mozzato quando sei entrata”, si ferma un attimo piantando i suoi occhi nei miei e va a sedersi  a capotavola, alla sua destra il compositore della colonna sonora del film,  di fronte Mark, poi io, tra il composer e lo sceneggiatore…

 

UNA NOTTE


Mi sveglio di soprassalto dopo un incubo… hall dell'albergo... sala del pianoforte
...
Tutto è buio, solo una luce fioca fa intravedere il pianoforte a stagliarsi possente e minaccioso sul fondo della sala. Mi avvicino lentamente, come attratta dal mio vecchio amico nemico...

Sistemo lo sgabello alla mia altezza, mi siedo, apro il coperchio, sollevo il panno che protegge i tasti, guardo la marca del piano: Beckstein gran concerto, il mio preferito, quello che ho sempre sognato, mi chiedo se stia ancora dormendo, ma no è tutto vero, è proprio lui… accarezzo i tasti senza suonare ed avverto le stesse vibrazioni che sentii quell'afoso pomeriggio a Rio de Janeiro, suonandone uno del 1890 in casa di amici, davanti a me solo il piano e l’oceano che si vedeva dall’attico sulla spiaggia di Ipanema, tutto il dolore e la pericolosità di una città come Rio in quell’istante svanivano... io... musica... oceano...


Schiaccio qualche tasto qua e là con una pressione infinitesimale per non far suonare i tasti, è molto tardi e non voglio svegliare nessuno… ma la mia resistenza a quello strumento così vivo dura poco, metto la sordina e comincio a suonare timidamente qualche nota – che meraviglia- lacrime di commozione cominciano a sgorgarmi in silenzio sulle guance, mi sento viva e felice, mi sento musica, tasti e martelletti, corde e legno, pedale… levo la sordina ed accenno la scala della marcia turca sulle rovine di Atene di Beethoven, quasi alla fine sento come un fruscio alla mia destra provenire dal fondo della sala, mi fermo di scatto –sarà qualcuno che viene a reclamare per il baccano- ascolto… nulla … silenzio – mi sarò sbagliata- mi immergo totalmente nel mio mondo di note e melodie, ripescando nella memoria tutto ciò che la mia mente riesce a ricordare e le mie mani hanno memorizzato del vecchio repertorio classico.


Nel bel mezzo di Asturias di Albeniz sento distintamente il cigolare di una sedia, come se ci fosse qualcuno seduto da tempo a spostarla per trovare una posizione più comoda

“chi c’è laggiù?” dico a voce alta, ritraendo le mani dal piano come se bruciasse… silenzio di nuovo, mi metto ad ascoltare attentamente… niente… ho freddo ed una sensazione di allerta, ma non di paura, sento la presenza di qualcuno… “who’s there?” ripeto in inglese “Sara do not be troubled, it’s me (Sara, non avere paura, sono io)” mi risponde questa voce dal buio… Guardo nella sua direzione e rispondo un po’ accigliata “How long have you been here? (Da quanto sei qui?)” “da circa venti minuti, non ti volevo disturbare, ma era piacevole sentirti suonare”  “come hai fatto a sapere che fossi qui?” “non lo sapevo, ho fatto un brutto sogno e sono sceso  nella hall, poi la musica mi ha attratto e incuriosito, così sono venuto qui e ti ho visto…ehm ti ho sentito suonare..." “Beh è tanto tempo che non mi esercito più col pianoforte e  non ricordo più molto dei miei studi classici” “continua ti prego, io non ti do fastidio, mi accendo giusto una sigaretta, che sono venti minuti che non fumo…”

Vedo nel buio un piccolo bagliore accendersi… i capelli un po’ sconvolti, la barba lunga di un giorno e gli occhi gonfi data l’ora tarda,  provo una grande tenerezza per quell’uomo tanto amato, ma in quest’istante così semplicemente disarmato…

“non potevo dormire, anzi veramente anch’io ho fatto un incubo, sono scesa, e poi…”
R. esce dal buio e si avvicina al piano “davvero? Anche tu un incubo? Deve essere stato quel terribile piatto greco, tanto buono ma…” “eh già pesante come un macigno…e poi io non sono abituata a bere e quell’oudso mi ha veramente messo k.o.” ridiamo entrambe “sai, ormai uso un gergo pugilistico anch’io a furia di sentire Ron e tutti voi durante le riprese.
“eh già” dice sospirando, lo guardo incuriosita e mi accorgo che è stanco, risponde al mio sguardo con un’enorme semplicità e mi risponde ad una domanda che io non gli ho fatto ad alta voce
“Sì sono un po’ stanco, non che io non ami il mio lavoro, intendiamoci, ma siamo quasi alla fine delle riprese ed è stata molto dura, perdere tutto quel peso in poco tempo, allenare il mio corpo come un pugile vero, beh è il mio lavoro… ma poi…vengono gli incubi, a dirti che sei stanco e che avresti bisogno di un po’ di svago, di staccare la spina, anche se solo per un poco” fa una tirata di sigaretta come se la volesse aspirare tutta d’un fiato, poi riprende “io passo la vita ad intrattenere il pubblico e qualche volta se ne risente, qualche volta vorrei essere semplicemente R. e non la macchina da soldi che sono… sai lo star system, specialmente americano, è molto duro.”
Lo osservo con tenerezza, empatia e spontaneamente gli accarezzo i capelli, come a confortarlo… silenzio, ascolto
“Sai, qualche volta vorrei essere solo R. ” mi ripete, “vorrei che la gente mi vedesse per quello che realmente sono e mi trattasse di conseguenza, non con questa odiosa deferenza, fasulla, solo perché nel mio campo sono potente o perché sono ‘bello’” e fa il gesto tipicamente americano del tra virgolette o perché sono Massimo, o lucky Jack… ti sto osservando in questi giorni, anche e proprio quando tu non te ne accorgi… sei venuta con uno scopo ben preciso” Mi preoccupo di questa affermazione, spero non abbia frainteso, sto per ribattere, ma lui mi ferma “aspetta, ho capito perfettamente dopo l’ansia da fans iniziale, che sei una brava ragazza, che non hai nessuna intenzione di farti pubblicità di questa esperienza a Toronto e che non vuoi sfruttare nessuno, certo… se mi permetti, è un po’ particolare questo tuo viaggio, di fans per lettera o dal vivo ne ho conosciute tante, delle più strane, che mi si sarebbero date senza nemmeno conoscermi di persona, scusami se ti parlo francamente… “ “continua…” “alcune avrebbero fatto sesso con me, solo perché si sarebbero sentite avvinghiate a Massimo il gladiatore o chissà per quale altro motivo… beh tu non sei così… hai un grande rispetto per il nostro lavoro, hai detto il primo giorno che se te l’avessimo permesso, avresti assistito alle riprese in silenzio senza chiedere niente di più e lo stai mantenendo… e poi ti vedo che non perdi una battuta, sei molto attenta non solo a ciò che faccio io, ma al lavoro di tutta la troupe”…

 

LA CASA DEGLI ORRORI

Sara riuscì finalmente ad aprire la serratura della  porta, con il chiavistello che le aveva dato Martin.
Provò ad aprirla ma i grossi cardini non sembravano voler cedere sotto la sua spinta debole.
Dopo il secondo tentativo senza successo, cercò di radunare le poche forze che le erano rimaste “respira profondamente, una due tre volte, diaframma, espira, ritmicamente, ce la puoi fare” pensò con tutta se stessa ricordando di quella donnina di circa cinquant’anni che lei aveva visto sollevare un camion di grossa stazza, per aiutare il figlio che ci era finito sotto in un incendio.
“la disperazione fa fare molte cose, cose incredibili, azioni che, a freddo, nessuno potrebbe pensare di poter compiere”  continuava a pensare per darsi forza.
Con l’orecchio teso alla scala soprastante, tentò ancora di aprire la porta, quando un cigolio la fece raggelare. Smise perfino di respirare per riuscire a sentire meglio, e per un attimo credette  che il cuore le si fosse fermato, tanto le batteva nella cavità toracica.
Ma sì è un rumore di passi, come se qualcuno si fosse tolto le scarpe e  stesse scendendo la scala della cantina a piedi nudi, per non essere udito”  pensò spostandosi istintivamente dalla porta ed andandosi a nascondere, furtiva, nell’angolo sotto la scala chiocciola. Tese nuovamente l’orecchio – silenzio- si frugò nelle tasche alla ricerca del coltello a serramanico, con le dita della mano destra lo trovò, lo tirò fuori dalla tasca e lo sentì sporco di sangue, situazione, che in tempi non sospetti l’avrebbe atterrita, ma che in quel caso le diede una sensazione di dolore consapevole per l’atto che era stata costretta a compiere “questa sera ho ucciso un uomo” pensò angosciata “non avrei mai pensato di poterne essere capace” pensòsentendo ancora il sangue caldo  schizzarle addosso, sulle mani, in viso, ed avvertendo il calore e la sensazione di molle che provò affondando il coltello nella carne di quell’assassino, quegli occhi freddi come il ghiaccio rimanere fissi nei suoi, stupiti, consci dell’imminente morte, per un attimo ricordò quando il padre le raccontava del proprio padre, partito volontario, a sedici anni nel corpo degli Arditi, durante la prima guerra mondiale, a seguito di una cocente prima delusione d’amore e tornato con un forte esaurimento nervoso. Lei piccola ed ingenua a chiedere la ragione di tale esaurimento ed il padre a spiegarle che uccidere con un fucile o con una pistola un uomo da lontano deve essere tremendo, ma sempre meno che ucciderlo all’arma bianca, baionetta in canna o coltello che sia, “papà ora so cosa significa” si ritrovò a dire con voce appena udibile, il sapore della colpa di essersi macchiata di un delitto, anche se per legittima difesa, le diede un forte senso d’arsura, deglutì a stento e si riavvicinò alla porta, decisa questa volta ad aprirla.
Guardò l’orologio “è tardi, staranno per arrivare, devo fare in fretta” si disse spingendo con la schiena la porta, che sembrò cedere di qualche millimetro, soddisfatta del risultato, prese ancora fiato, e, proprio mentre stava  spingendo quel varco così pesante sentì un altro cigolio, ma questa volta più vicino, proprio sopra la sua testa, il buio della cantina illuminato solo da un piccolo spiraglio in cima alle scale sembrò animare delle ombre grandi come elefanti.
Ratta si mosse verso l’angolo sotto la scala, ma proprio mentre stava per raggiungere il suo maldestro nascondiglio, un grosso gatto rosso saltò giù dagli ultimi gradini, emettendo un urlo quasi umano fece per aggrapparsi al petto di lei. D’istinto lei sollevò il braccio destro, come a difendersi ed il gatto le lacerò con gli artigli la camicia ed il braccio che cominciò a sanguinare copiosamente.
Mollando la presa del coltello per il dolore, Sara, terrorizzata, gettò un grido soffocato, scagliò nell’angolo il gatto urlante, il cui tonfo risuonò nella scale con un rimbombo cupo e sordo. Il gatto tramortito dall’urto rimase immobile per un istante, poi si alzò di scatto e fuggì alla volta delle scale.
Ancora terrorizzata dall’accaduto e dolorante: “Non c’è tempo, devo fare in fretta” si disse, strappandosi la manica lacerata e tentando di avvoltolarla intorno al braccio, per fermare il sangue alla meno peggio.
Spinse con tutta se stessa la porta che finalmente si aprì di una ventina di centimetri, ma ancora troppo poco perché  il suo esile corpo ci potesse passare in mezzo, in quanto i muri di quella vecchia costruzione, essendo antichi, erano molto spessi.
“R. sono qui, riesci a sentirmi?” diede una voce all’interno e rimase un attimo in silenzio senza udire risposta “ Sono io, puoi muoverti? Rispondimi se puoi”.
Non udendo ancora risposta, temette di essere arrivata troppo tardi, ma non si diede per vinta. Dal minimo varco cominciava ad intravedersi una luce fioca, come di candele
Fece uno sforzo al massimo proprie possibilità, ”ancora pochi centimetri” pensò rossa in volto, il sudore a scorrerle sulle guance e sul collo ed il sangue del braccio ad inzupparle la maldestra fasciatura.
Finalmente riuscì ad aprire la porta quel tanto che bastava a farla scivolare dentro.
Circospetta diede un’occhiata all’interno e rimase inorridita da quel poco che riuscì a vedere.
Di R. nessuna traccia, un gigantesco drappo di velluto rosso sul quale era dipinta una grossa croce rovesciata nera, incombeva sul muro laterale della stanza. Un fetore di morte le ferì le narici, guardò sul pavimento sotto al drappo e con orrore vide le teste mozzate di due galli neri appoggiate su pire di ossa semi bruciate, candele rosse spente e accese, circondavano quei macabri roghi, dai quali partivano delle catene pesanti che finivano con delle grosse manette di tipo medievale attaccate al muro tramite due grossi anelli  di ferro arrugginito.
Questa spettacolo agghiacciante le fece provare una grossa pena per R. che era stato costretto a vivere per venti lunghi giorni in tali mostruose  condizioni.
Ma non c’era tempo, chiamò nuovamente verso il muro opposto al drappo, sperando questa volta di ricevere risposta, un sordo mugolio di dolore le rispose.
“R. sei tu?” chiese all’indirizzo del gemito che aveva sentito, un nuovo mugolio sordo le rispose. “Sto arrivando Disse lei spingendo ancora più forte. La porta finalmente cedette, prima di entrare Sara si chinò a prendere il coltello che aveva lasciato cadere nella colluttazione con il gatto ed entrò circospetta.
La vista che le si presentò davanti fu ancora peggiore di quanto lei avesse potuto immaginare.
Dal soffitto pendevano brandelli di pelle animale e lunghi fili di lana rossi di sangue rappreso.
Sulla parete opposta al drappo un dipinto macabro ed osceno, in rosso e nero, ritraeva R. con un corpo di lupo, il suo bellissimo viso coperto di graffi, gli occhi iniettati di sangue ed un espressione di lussurioso godimento, mentre sgozzava una capra dal volto di donna, sodomizzata da lui stesso.
La donna aveva il volto di Sara, e l’espressione di chi sta subendo una giusta punizione “chi mai può concepire tanta feroce mostruosità, solo una mente tanto malata, una mente che soffre terribilmente può essere capace di tanto” pensò Sara con un moto di profonda pietà ed empatia.
Girò lo sguardo per non vedere più tanto dolore e sul pavimento in fondo davanti alla porta, adagiato sopra un giaciglio di paglia sudicia vide R. in posizione fetale, legato mani e piedi, con ancora indosso la camicia che lei gli aveva regalato ventuno giorni prima, i pantaloni imbrattati di sangue e feci, gli occhi sbarrati in una morsa di orrore persa nel vuoto, la bocca imbavagliata da un nastro isolante marrone di quello che si usa per imballare, dal quale fuoriusciva un fazzoletto anch’esso sudicio, sicuramente infilato nella sua bocca per impedirgli di emettere un qualsiasi suono.
A Sara cominciarono a sgorgare  lacrime di pena infinita mista a rabbia.
Corse verso il giaciglio, sollevò R. che sembrava inerte, lo sguardo nel vuoto, appena lo toccò, all’inizio lui sembrò reagire con paura e ribrezzo al calore di lei, il corpo rigido, i pugni serrati poi guardandola negli occhi, sembrò riconoscerla e un’infinita dolcezza gli sciolse lo sguardo, quasi a dire “sei tu”
“ Ora, ti libero, dobbiamo far presto, ora ti libero e scappiamo da questo luogo di orrori e di dolore” Gli disse Sara accingendosi a levargli il nastro isolante dalla bocca.
R. annuì con lo sguardo, quasi non potendo muovere la testa, anchilosata per averla tenuta troppo tempo in quella posizione...

... X mise la chiave nella toppa ed entrò in casa, portando sotto braccio quell’ignobile fardello, provento delle sue ultime spese.
L’espressione soddisfatta e sorridente “Buone compere oggi” si disse incrociando il proprio sguardo fiero nello specchio.
Posò il pacchetto sulla tavola, lo scartò con la frenesia di un bambino sotto l’albero di Natale,  alla vista del contenuto ebbe un moto di eccitazione che riuscì a stento a trattenere.
Davanti a lui stava una fila di coltelli e bisturi di svariate misure, tra cui spiccavano alcuni strumenti da incisore.
“Uhmm” mugugnò compiaciuto “Adesso vedremo che fine farà la tua bella faccia, dopo che avrò finito la mia opera, vorrò proprio vedere che lunga fila di registi  si accalcheranno davanti alla tua porta, forse per offrirti la parte del gobbo di Notre Dame” disse con un sibilo
“tu sei sudicio ed il tuo sguardo lascivo accende il peccato, in nome di Dio devi essere punito, ed io sarò la sua mano, sono stato chiamato per questo alto compito” X ormai vaneggiava in preda al  delirio. ”e anche la donna, la peccatrice venuta dall’Italia, che si è lasciata sedurre da te, sistemerò anche lei in modo che non possa più guardare i tuoi occhi che inneggiano alla colpa e istigano al peccato” pensò accarezzando un affilato bisturi a forma cava.
Dalla porta che da sulla cantina arrivò il gatto correndo, come impazzito.
X si voltò a guardarlo, come se non lo vedesse, ma subito fissando la porta si avvicinò furtivo ad essa.
Io l’ho lasciata chiusa” disse tra se e se, sì girò verso la credenza, aprì un cassetto, ne tirò fuori una beretta, controllò che fosse carica, e levando la sicura cominciò a scendere le scale in silenzio.

“Ora ti farò male, ma devo” lo avvertì Sara prendendo un lembo di nastro e accingendosi a dare uno strappo secco.
“Uhmmm” mugolò R. in un moto di dolore soffocato, quando lei gli strappò il nastro dalla bocca che si portò via anche un po’ della barba che si era accumulata nei ventuno giorni di prigionia.
Gli levò il fazzoletto dalla bocca e lui tirò un sospiro molto forte come a riempire i polmoni, dopo tanto respirare a fatica.
Le narici di R. si riempirono di quell’odore mortifero che la stanza emanava. Ebbe un forzo di vomito per il disgusto.
“Mi hai trovato” le disse lui commosso
“Certo”  rispose Sara tagliando le corde che gli legavano mani e piedi e tirandosi su fin sotto il braccio destro di lui per aiutarlo ad alzarsi.
Lui la fermò e la serrò stretta a se, baciandola sulla bocca, lei sorrise e disse concitata “andiamo, ti aiuto ad alzarti, dobbiamo uscire da qui il più presto possibile”
“sei ferita” le disse lui
“una lotta con un gatto, sai com’è”
Proprio mentre stavano alzandosi dal giaciglio, la porta si spalancò.
X stava ritto nel suo abito talare nero come la morte di fronte a loro, con la pistola in pugno.
Il volto sfigurato da un’antica larga bruciatura che gli copriva quasi tre quarti della faccia, lasciava trasparire uno sguardo diabolico ed un sorriso cinico.
Gli occhi impassibili la voce ferma  e quasi divertita “Buona sera, vedo che abbiamo visite” disse X rivolgendo uno sguardo a Sara
“vedo che questa meretrice venuta dall’Italia apposta per giacere con  te, non può proprio starti lontana. Brava hai fatto bene a venire a trovarci, mi hai risparmiato un viaggio. Dopo che avrò finito con lui, ce ne sarà anche per te, non temere” sibilò facendole l’occhietto
“Sta lontano da lei, maledetto bastardo” gli rispose R. parandosi tra lei e X
“Vorresti difenderla?” riprese X come se non avesse sentito cosa gli aveva detto R. “ma come, il tuo magnetico sguardo può averne a bizeffe di queste prostitute, beh forse non dopo il lavoretto che ti avrò fatto ”  disse ridacchiando come una vecchia zitella.
“ti piace la mia pittura?” chiese poi rivolgendosi a Sara, con la mano sinistra tesa verso  il murales osceno dipinto sulla parete.
Lei non gli rispose, gettandogli uno sguardo di disgusto
“Eh no mi sa che non apprezzi questo tipo di arte, per così dire… realistica” continuò X divertito “Guardando l’affresco e vedendo voi dal vivo devo dire che sono stato davvero bravo a riprendervi a mente eh..” si fermò un attimo a pensare e poi continuò “ora che vi ho tutti e due qui, mi viene in mente una bella cosa, tu morirai proprio per mano del tuo amante esattamente come nel quadro, era una profezia”
 “dovrai passare prima sul mio cadavere” gli rispose R. inferocito, sempre tenendo Sara dietro di se che nel frattempo scalpitava con un moto d’incoscienza per avventarsi su X.
“Ora tu ci lasci andare” disse Sara risoluta da dietro le spalle di R. “ho pena per te” continuò “tanta pena umana per il tuo dolore e le tue sofferenze”
Con un tremito nella mano X la zittì rabbioso “taci femmina peccaminosa, credi di potermi incastrare con la tua psicologia da quattro soldi?, io non sono umano, sono celeste e parteciperò della gioia del creato solo quando avrò portato a termine il mio compito… è scritto” e così dicendo fece segno con la pistola a R. di scostarsi da Sara
R. non si mosse di un centimetro, continuando a fronteggiarlo impavido, pronto a saltargli addosso alla prima mossa falsa.
“donna digli di scostarsi, se no lo ammazzo come un cane” disse X  con voce ferma, rivolgendosi a Sara…

 

UNO SPARO

“Nooooo” gridò R. in una smorfia di dolore, scostando i capelli dal viso di Sara  e adagiandola delicatamente a terra.
Poi, come impazzito, cominciò a frugarla come se stesse cercando qualcosa di prezioso nell’addome di lei.
Strappandole i bottoni del cappotto e poi della giacca, le tirò fuori il golfino dai pantaloni ed in una morsa di orrore, trovò la ferita che pulsava sangue all’altezza del fegato .
“rispondimi S. ti prego, non mollare”
“Sei salvo” rispose lei con un filo di voce appena percettibile
“Cosa?” disse lui accostando il proprio orecchio alle labbra di S.
“Sei s… alvo” ripetè lei con una smorfia di dolore stampata sul volto, ma con gli occhi di chi è riuscito finalmente nel proprio intento.
“Non parlare, non ti affaticare, ora arriverà la polizia, ti porterò in ospedale, e sarà tutto finito” rispose lui trattenendo a stento le lacrime.
Ma S. sembrò non ascoltarlo più, gli occhi negli occhi di lui, sereni, come se stesse sognando un lungo sogno felice, il dolore sembrò attenuarsi, sorrise di un caldo sorriso….
Immagini sfuocate si affacciarono alla sua mente, in un’alternanza di passato futuro e suoni e musica e colori, rivide d’improvviso il terrazzo di suo nonno dove lui usava sedere ad un tavolino, una pietra  davanti a se, un martello e dei pinoli, che lui le schiacciava e sbucciava, lo stupore di lei bambina al balcone mentre guardava la luna rossa di giugno, bassa sull’orizzonte e così amica di tante sere
Nelle orecchie la ninna nanna che la mamma le cantava per farla addormentare
La prima volta che vide il suo cane, in quel primo pomeriggio del tre giugno di qualche anno prima, tutto solo nella grande gabbia dell’allevatore, piccolo piccolo e la tenerezza che aveva provato stringendolo a se
Il primo bacio, timido ed imbarazzante perché non sapeva “come si fa”
Il respiro affannoso ma contenuto di suo padre, emozionato nel sentirla suonare il pianoforte
La sua voce il suo canto per la prima volta a scuola
Il profumo in cima al Palatino in autunno, un odore di pioggia e muschio e Gustavo la vecchia quercia degli orti farnesiani dove il padre la portava da piccola
Le sue risa di bambina, correndo incontro al mare a braccia aperte come per prenderlo in un unico abbraccio…
E le immagini di quegli ultimi giorni, così frenetici, così felici
Gli occhi di R.
Sapeva che stava morendo, “dicono che prima di morire ti scorra tutta la vita come un nastro accelerato” sommariamente pensò…

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